«Accolgo con favore l’iniziativa del Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che mira a promuovere una campagna nazionale capace di rimettere il vino al centro, come patrimonio culturale ed economico, e al tempo stesso di rafforzare gli strumenti di sostegno alla filiera. È un segnale necessario, perché in questa fase il comparto ha bisogno di fiducia, di direzione e di una narrazione all’altezza dei tempi». Lo dichiara Alessandro Crocco, presidente del Mediterranean Export Innovation Hub (MEIH) e imprenditore italo-americano attivo a New York anche nel settore dell’importazione e della promozione del vino italiano negli Stati Uniti. La campagna del MASAF, presentata al Tavolo del vino, partirà a metà febbraio e sarà diffusa su TV, radio e piattaforme digitali, con un messaggio che intreccia identità, economia e responsabilità. Il presidente del MEIH evidenzia che, accanto alla campagna, è significativo anche il pacchetto di misure richiamato dal Ministero a sostegno della filiera, dagli investimenti collegati al PNRR alle iniziative di promozione sui mercati internazionali. Ed è proprio sul terreno dell’internazionalizzazione, osserva, che oggi si misura l’urgenza di un salto di qualità. «L’export – afferma – non si sostiene con l’improvvisazione; servono conoscenza del mercato, preparazione delle imprese e capacità di governare prezzo, posizionamento e distribuzione in scenari variabili. In questo senso l’intervento pubblico deve accompagnare le aziende su due piani complementari: da un lato l’internazionalizzazione, con competenze commerciali, presidio delle normative e continuità dei rapporti con i buyer; dall’altro l’utilizzo pieno degli strumenti disponibili e l’investimento su figure dedicate all’export». Quanto alle oscillazioni dell’export verso gli Stati Uniti, invita a leggerle con una chiave meno allarmistica. «All’indomani della nomina – precisa – di Trump e delle prime ipotesi di dazi, molti importatori hanno scelto una linea difensiva e hanno anticipato gli acquisti e fatto scorte. Questo ha spostato i volumi nel tempo, concentrandoli in una fase e comprimendoli in quella successiva. Non è un indebolimento strutturale della domanda, ma un effetto di magazzino e di tempistiche, che può essere riassorbito con una gestione più regolare dei flussi e un presidio commerciale continuo». Sul fronte della comunicazione richiama un cambio di passo altrettanto urgente. «Oggi non basta “raccontare il vino” – sottolinea – ma occorre ripensare il modo in cui lo si rende comprensibile e desiderabile a pubblici con sensibilità e codici diversi. Serve una narrazione meno autoreferenziale e più capace di tenere insieme identità e contemporaneità, mostrando il vino per ciò che è: lavoro, territori, competenze, ricerca, sostenibilità e cultura dell’accoglienza. Per intercettare soprattutto le nuove generazioni – continua – bisogna cambiare registro e adottare formati coerenti con i loro canali: contenuti digitali più brevi e accessibili, un racconto più diretto, trasparente e contemporaneo, capace di parlare la loro lingua senza perdere sostanza».
Infine, l’attenzione si concentra sui territori che stanno rafforzando la propria proiezione internazionale. «Penso – osserva – in particolare alla Calabria, che negli ultimi anni si sta affermando con crescente credibilità e sta investendo con decisione sulla qualità e sull’identità delle sue produzioni, costruendo passo dopo passo una maggiore riconoscibilità anche fuori dall’Italia. Prodotti e storie non mancano; ciò che fa la differenza è l’accompagnamento lungo il percorso, dalla preparazione dell’impresa fino alla stabilità del canale. Perché l’export non si improvvisa e non si eredita, si costruisce». Ribadendo poi la missione del MEIH, il presidente spiega che l’obiettivo è trasformare l’internazionalizzazione in un percorso guidato. «Significa aiutare le imprese a leggere i mercati, scegliere il posizionamento, costruire un’offerta sostenibile e muoversi con metodo, fino a trasformare una relazione in un ordine e un ordine in continuità commerciale. Servono – aggiunge – formazione applicata, affiancamento operativo e un sistema stabile di contatti qualificati, non iniziative episodiche. In sintesi se le istituzioni danno direzione e strumenti, alle imprese serve metodo; è così che l’export recupera e si consolida, soprattutto in un mercato competitivo come quello statunitense». E nelle conclusioni dichiara: «Campagna e misure rappresentano un avvio importante, ma il banco di prova resta l’attuazione. L’obiettivo deve essere triplice: rafforzare le competenze delle imprese, aggiornare il linguaggio con cui il vino viene raccontato al mondo e rendere più chiaro, accessibile e governabile l’ingresso sui mercati esteri. Solo così il vino italiano consolida valore, amplia il pubblico e rafforza in modo duraturo la sua presenza internazionale».
