Il caso «Jabugo»: perché una sentenza spagnola difende anche i nostri prodotti tipici

di Giuseppe Perri — Dottore Agronomo, Esperto in IG; direttore di Consorzi di tutela di DOP e IGP

Immaginate una salumeria che, pur non avendone alcun titolo, si presenta al pubblico con il nome «Jabugo» — una delle denominazioni di pregio più famose di Spagna, l’equivalente iberico del nostro Prosciutto di Parma o dei Salumi di Calabria. È esattamente ciò che è accaduto, e da lì è partita una battaglia legale durata anni, chiusa nel luglio 2026 con una sentenza della Corte suprema spagnola che riguarda da vicino anche l’Italia.Facciamo un passo indietro. Dietro ogni prodotto a denominazione protetta — le sigle DOP e IGP che troviamo in etichetta — c’è un «Consorzio di tutela»: l’organismo che, per conto dei produttori, difende quel nome dalle imitazioni e dagli usi scorretti. Fino a ieri, in Spagna, quando qualcuno sfruttava indebitamente una denominazione il Consorzio poteva ottenere che l’abuso cessasse, ma per farsi risarcire i danni economici doveva imboccare una via legale indiretta e più tortuosa.IN SINTESILa sentenza — Corte suprema spagnola, luglio 2026, caso della DOP «Jabugo».Cosa cambia — i Consorzi di tutela possono chiedere direttamente il risarcimento per l’uso indebito del nome, non più solo la cessazione dell’abuso.Su quale base — la normativa europea sulle Indicazioni Geografiche (oggi Reg. UE 2024/1143).Perché riguarda l’Italia — è legge europea comune; e i poteri dei Consorzi sono stati da poco rafforzati sia dall’UE (2024) sia dall’Italia (2026).La novità della sentenza è semplice e importante: il Consorzio può chiedere direttamente un risarcimento a chi usa impropriamente il nome protetto, senza più dover ricorrere a scorciatoie normative. Nel caso concreto la cifra è stata contenuta — poco più di 3.000 euro, a copertura delle spese sostenute per documentare l’abuso — e la richiesta di danno d’immagine (25.000 euro) non è stata accolta perché non provata. Ma il valore della decisione non sta nell’importo: sta nel principio, che vale per tutti.«Sfruttare senza diritto una DOP o una IGP non comporta più solo l’obbligo di smettere: può anche costare denaro.»E qui arriva il punto che ci tocca da vicino. Quella sentenza applica una legge europea, uguale in tutti i Paesi dell’Unione: pur non essendo vincolante per i giudici italiani, indica una direzione condivisa. Non solo: di recente l’Europa (con il nuovo regolamento del 2024) e l’Italia (con un decreto del giugno 2026) hanno rafforzato i poteri dei Consorzi di tutela. La difesa dei nostri prodotti tipici — dal Parmigiano all’Olio di Calabria, dai salumi al bergamotto — ne esce insomma irrobustita.C’è poi una posta in gioco che ogni consumatore italiano conosce bene: il cosiddetto «Italian sounding», cioè i prodotti che evocano un’origine o una tipicità italiana che non hanno — dal «parmesan» ai finti pomodori «San Marzano». Ogni nome protetto sfruttato impropriamente toglie valore ai produttori veri e disorienta chi compra. Riconoscere che quell’abuso possa essere non soltanto interrotto, ma anche risarcito, mette nelle mani dei Consorzi uno strumento in più in una partita che, sui mercati internazionali, vale miliardi.La lezione, per chi come me lavora ogni giorno nei Consorzi, è chiara.Primo: conviene documentare con cura ogni abuso, perché è su quelle prove che si fonda un eventuale risarcimento. Secondo: la deterrenza funziona, perché ora chi copia un nome protetto sa di rischiare anche sul piano economico. Terzo, e più importante: il nome di un prodotto tipico è un patrimonio del territorio e delle comunità che lo hanno costruito nel tempo. Difenderne uno significa, in fondo, difenderli tutti.

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