Per il presidente del Mediterranean Export Innovation Hub, Alessandro Crocco, gli strumenti
di promozione sui mercati dei Paesi terzi rappresentano una leva fondamentale per
l’internazionalizzazione del vino italiano. Per essere davvero efficaci, però, richiedono
competenze, formazione e una conoscenza reale dei mercati di destinazione
«Gli strumenti OCM sono preziosi, ma non producono valore automaticamente. Il punto non
è soltanto ottenere un contributo, ma comprendere come utilizzarlo per costruire
posizionamento, relazioni commerciali e prospettive durature».
È da questa riflessione che parte Alessandro Crocco, presidente del Mediterranean Export
Innovation Hub (MEIH), che richiama la necessità di affrontare le misure di sostegno
all’internazionalizzazione con un approccio più maturo, consapevole e orientato ai risultati.
L’OCM Vino, in particolare nella misura dedicata alla promozione sui mercati dei Paesi
terzi, rappresenta da anni uno degli strumenti più rilevanti a sostegno della competitività
del comparto vitivinicolo italiano. Promossa nel quadro europeo dell’Organizzazione
Comune dei Mercati agricoli e attuata in Italia dal MASAF, consente a imprese, consorzi,
organizzazioni e reti del settore di sviluppare progetti fuori dall’Unione Europea attraverso
attività di comunicazione, valorizzazione, partecipazione a fiere ed eventi internazionali,
incontri con operatori, business matchino e percorsi di consolidamento commerciale.
Si tratta, dunque, di una leva pensata non solo per favorire la visibilità del vino italiano, ma
anche per accompagnare le aziende nella costruzione di una presenza più stabile,
riconoscibile e competitiva sui mercati internazionali.
«Il contributo economico — evidenzia Crocco — è un mezzo, non il fine. Può aprire una
strada, ma servono competenze per percorrerla. Senza una lettura corretta del mercato,
senza obiettivi chiari e senza un progetto coerente, anche uno strumento importante rischia
di perdere efficacia. Quando l’effetto della novità – continua – si esaurisce, il mercato si
redistribuisce. E chi non ha costruito un posizionamento reale rischia di restare con
risultati fragili, legati più all’occasione che a una prospettiva duratura».
Per il presidente di MEIH, il tema riguarda soprattutto il modo in cui le imprese si
preparano ad affrontare i mercati esteri. Il settore vitivinicolo italiano si muove oggi in uno
scenario sempre più selettivo, nel quale la qualità del prodotto resta essenziale, ma non
basta più. A fare la differenza sono anche il racconto del territorio, la capacità di presidiare
le relazioni, la conoscenza dei canali distributivi e l’abilità di adattare linguaggi e strumenti
ai diversi contesti culturali e commerciali.
«Esportare — rimarca l’imprenditore italo-americano — non significa semplicemente
vendere fuori dai confini nazionali. Significa saper leggere un mercato, individuare
interlocutori qualificati, costruire una narrazione credibile, partecipare alle occasioni
promozionali con obiettivi precisi e, soprattutto, dare continuità al lavoro dopo ogni
incontro, fiera o degustazione. Diversamente, restano episodi isolati. L’OCM può aiutare le
imprese a trasformare questi momenti in un percorso, ma serve una regia: prima, durante e
dopo l’attività promozionale».
Mediterranean Export Innovation Hub
C.F.: 98143330789 – P.Iva: 04007210786
www.meihub.comAlcuni mercati richiedono una preparazione particolarmente accurata. Stati Uniti, Canada,
Asia, America Latina e altri Paesi terzi ad alto potenziale non possono essere affrontati con
approcci generici. Ogni area ha regole, sensibilità, segmenti di consumo, dinamiche
distributive e modalità di relazione differenti.
«Non esiste — precisa Crocco — un mercato estero uguale a un altro. Ciò che funziona in
un Paese può non funzionare in un altro. Per questo la conoscenza è decisiva: bisogna
comprendere i consumatori, i canali, gli importatori, il posizionamento del prodotto, le
abitudini di acquisto e persino il linguaggio con cui quel prodotto deve essere presentato».
Da qui il richiamo alla formazione, che per il Mediterranean Export Innovation Hub
rappresenta un elemento centrale nei percorsi di internazionalizzazione: «Le misure
esistono, ma devono essere comprese. I mercati sono accessibili, ma devono essere studiati.
Le opportunità ci sono, ma vanno costruite con competenza, non basta partecipare a un
bando, occorre sapere perché si partecipa, con quali obiettivi, verso quali interlocutori e con
quale modello di sviluppo».
In questa prospettiva, l’OCM Vino non è soltanto un sostegno economico, è anche uno
strumento che spinge le imprese a ragionare in termini di progettazione: obiettivi, mercati,
attività, budget, risultati attesi, sostenibilità del percorso promozionale e capacità di followup. Una struttura che può aiutare le aziende a superare la logica dell’intervento episodico e
a costruire una presenza internazionale più solida.
La lettura del presidente di MEIH si allarga anche al sistema istituzionale e associativo.
«Serve – afferma – un approccio più maturo e strategico nel riconoscere che le istituzioni
operano spesso con strumenti limitati e, non di rado, senza strutture tecniche di settore
dotate di mandato operativo, competenze specialistiche e reale autonomia d’azione. Una
riflessione analoga riguarda, almeno in parte, anche il sistema associativo: accompagnare le
imprese non significa soltanto rappresentarne le istanze, ma entrare nel merito dei
problemi, ascoltare gli operatori, comprenderne le difficoltà concrete e assumersi la
responsabilità di indicare percorsi più efficaci, anche quando richiedono scelte meno
immediate ma più lungimiranti».
Proprio questa complessità, se sottovalutata, può trasformarsi in un limite.
«L’improvvisazione, in questo ambito, può diventare — avverte il presidente dell’Hub — un
boomerang. Una misura importante, se utilizzata senza una reale conoscenza delle regole,
dei tempi, dei mercati e degli obiettivi, rischia di produrre effetti deboli, disordinati o non
coerenti con le esigenze dell’impresa. Il contributo sostiene una strategia, non la
sostituisce».
Il vino italiano porta con sé cultura, paesaggio, impresa, famiglia, tradizione, innovazione e
reputazione. Tuttavia, questo patrimonio deve essere tradotto in un linguaggio
comprensibile per il mercato di destinazione. Il valore non si presume: si costruisce, si
comunica e si consolida.
«Il vino – sottolinea ancora – non è solo prodotto, è identità, territorio, storia d’impresa,
capacità produttiva e relazione. Ma tutto questo deve essere organizzato. Nei mercati
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www.meihub.cominternazionali non basta avere qualcosa di valido da proporre: bisogna saperlo presentare
nel modo giusto, alle persone giuste, nel contesto giusto».
Da qui la necessità di un accompagnamento qualificato, capace di tenere insieme analisi
dei mercati, strategia export, comunicazione, relazioni commerciali, business matching e
follow-up. L’internazionalizzazione, infatti, non si esaurisce nella partecipazione a una fiera
o in una singola attività promozionale, ma richiede una costruzione progressiva fatta di
metodo, continuità e capacità di relazione.
In questa direzione si colloca il ruolo del Mediterranean Export Innovation Hub, nato per
supportare le imprese nella lettura dei mercati globali e nella definizione di percorsi di
crescita realmente sostenibili.
«MEIH — spiega il suo presidente — nasce per creare connessioni, trasferire competenze e
accompagnare le aziende nei processi di internazionalizzazione. Nel caso dell’OCM Vino, il
nostro compito è aiutare le imprese a passare dalla logica del contributo alla logica della
strategia. È lì che si gioca la vera partita».
Il tema assume un rilievo particolare per le regioni del Sud e per territori come la Calabria e
la Sicilia, dove il vino rappresenta non soltanto un comparto produttivo, ma un’identità
economica e culturale forte, riconoscibile e spendibile sui mercati internazionali. In questi
contesti, l’OCM può diventare anche uno strumento di valorizzazione territoriale, a
condizione che sia inserito in una visione chiara. Il vero risultato, infatti, non è il contributo
in sé, ma la capacità di costruire presenza, reputazione e futuro nei mercati internazionali.
«In una fase in cui la competizione globale – conclude – impone alle imprese una
preparazione sempre più solida, la sfida non è soltanto accedere alle opportunità
disponibili, ma saperle trasformare in percorsi di crescita e posizionamento. Per il comparto
vitivinicolo, l’OCM può rappresentare una leva decisiva, a condizione che sia inserita dentro
una visione più ampia, fatta di competenze, metodo, conoscenza dei mercati e capacità di
costruire relazioni durature. Nessun incentivo – ribadisce – sostituisce la strategia: può
sostenerla, orientarla e renderla più efficace quando incontra imprese pronte a passare
dalla logica dell’occasione alla costruzione di una presenza reale. La vera rivoluzione –
incalza – è la presa di consapevolezza. L’internazionalizzazione non si misura soltanto nella
partecipazione a una misura o a un evento ma nella capacità di generare reputazione,
continuità e valore nel tempo. È questo il salto culturale che il sistema produttivo è
chiamato a compiere».



