Di Giuseppe Perri
Dottore Agronomo – Direttore Consorzi DOP e IGP
Chi viaggia oggi non vuole più soltanto vedere un luogo: vuole assaggiarlo, capirlo, portarselo a casa. In questa domanda la Calabria ha un vantaggio che pochi territori possiedono, e che finora ha usato solo in minima parte.Il turista che sceglie una meta per il vino, per un formaggio o per un olio cerca qualcosa che non si trova altrove. È esattamente la promessa di una DOP o di una IGP: un prodotto che esiste solo lì, fatto in quel modo, da quella comunità. Per questo le indicazioni geografiche sono molto più di un marchio da etichetta. Sono la mappa già pronta di un turismo esperienziale, enogastronomico ed enoturistico.La tesi di queste pagine è semplice. La Calabria ha la materia prima — biodiversità, denominazioni, paesaggi, storia — ma non l’ha ancora trasformata in esperienza organizzata e vendibile. Può farlo, e deve farlo adesso, perché la domanda c’è, le regole europee lo consentono e i concorrenti si stanno già muovendo.Un mercato che cresce mentre il vino in bottiglia rallentaIl turismo del gusto è ormai una delle leve più solide dell’agroalimentare italiano. I dati più recenti lo dicono con chiarezza.
Valore alla produzione della Dop economy italiana (2024)20,7 miliardi €, +3,5% sul 2023
Rapporto Ismea-Qualivita 2025Export DOP IGP (2024)12,3 miliardi €, record
Valore generato dall’enoturismo per le cantine (2025)oltre 3 miliardi €, in media il 21% del fatturatoUniCredit-Nomisma Wine MonitorTuristi del vino in Italia (2025)oltre 13 milioni, più di 20 milioni di pernottamenti
VineturAttività di Turismo DOP censite (2025)667, +12% sul 2024; eventi +26%2°
Rapporto Turismo DOP. Il dato più interessante è il contrasto. Nel 2025 l’export di vino italiano è sceso del 3,6% in valore, tra dazi, tensioni geopolitiche e dollaro debole. Nello stesso anno la visita in cantina è diventata un canale di vendita a sé, che difende i margini proprio quando gli altri canali soffrono.Anche la domanda internazionale è pronta. Tedeschi, svizzeri, austriaci e americani associano l’Italia al cibo e al vino più che ai monumenti: oltre la metà degli intervistati, secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 di Roberta Garibaldi. Lo stesso rapporto indica il paesaggio rurale come fattore di scelta per oltre l’80% dei turisti di ogni mercato, e l’oleoturismo come segmento ad alto potenziale.C’è però un limite da superare. Meno del 10% dei circa 106 milioni di viaggiatori stranieri arrivati in Italia nel 2025 ha visitato una cantina, secondo un’indagine del Movimento Turismo del Vino. Il potenziale non sfruttato è enorme, ovunque. Al Sud ancora di più. Perché DOP e IGP sono il cuore del turismo esperienzialeUna denominazione d’origine è già un racconto con le prove allegate. Il disciplinare definisce una zona, una razza o una varietà, un metodo, una storia documentata. Il viaggiatore cerca proprio questo: autenticità verificabile, non folklore.
Tre elementi rendono le IG uno strumento turistico unico.Il legame con il luogo è certificato. Un Pecorino Crotonese o un Limone di Rocca Imperiale non si possono “delocalizzare”.
Per goderli fino in fondo bisogna andare dove nascono.C’è un soggetto che può organizzare l’offerta. Il Consorzio di tutela conosce i produttori, controlla la qualità, parla a nome della filiera. Nel 2025 tre visitatori su quattro hanno riconosciuto nel Consorzio il garante dell’autenticità dell’esperienza (2° Rapporto Turismo DOP).
L’esperienza genera conoscenza, quindi valore. Sempre secondo il Rapporto, il 64% dei visitatori dichiara di aver capito meglio il prodotto assaggiato e il 53% di aver approfondito storia e cultura del territorio. Un consumatore che capisce è un consumatore disposto a pagare il giusto prezzo, anche una volta tornato a casa.
C’è poi una novità normativa decisiva. Il Regolamento (UE) 2024/1143 ha incluso formalmente la gestione del turismo tra le competenze dei Consorzi di tutela. Ciò che prima era un’iniziativa volontaria è oggi una funzione riconosciuta. I consorzi possono progettare percorsi, eventi, accoglienza e formazione con piena legittimazione.In questo quadro enoturismo, oleoturismo e turismo gastronomico smettono di essere segmenti separati. Diventano un unico prodotto: il territorio della denominazione, vissuto attraverso chi la produce.La Calabria: 42 denominazioni e una biodiversità da primatoCon la registrazione del Peperoncino di Calabria IGP, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale UE dell’11 giugno 2026, la regione è salita a 42 denominazioni DOP e IGP tra cibo e vino. Pochi territori del Mediterraneo concentrano in uno spazio così ridotto mare, montagna, altipiani e due versanti climatici diversi.
CompartoDenominazioni (selezione)SalumiCapocollo, Pancetta, Salsiccia e Soppressata di Calabria DOPFormaggiCaciocavallo Silano DOP, Pecorino Crotonese DOP, Pecorino del Monte Poro DOPOlio extravergineOlio di Calabria IGP; Bruzio, Lametia e Alto Crotonese DOPOrtofrutta e agrumiCipolla Rossa di Tropea Calabria IGP, Patata della Sila IGP, Clementine di Calabria IGP, Limone di Rocca Imperiale IGP, Finocchio di Isola Capo Rizzuto IGP, Fichi di Cosenza DOP, Peperoncino di Calabria
IGP specialità uniche
Bergamotto di Reggio Calabria – olio essenziale DOP, Liquirizia di Calabria DOP, Torrone di Bagnara IGPVinoCirò, Melissa, Greco di Bianco, Bivongi, Lamezia, Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, Savuto, Scavigna, Terre di Cosenza; Calabria IGP e le altre IGT regionaliDietro le denominazioni c’è una biodiversità straordinaria. Nella viticoltura sono stati censiti circa 200 vitigni autoctoni, di cui una settantina presenti solo in Calabria. Gli studi genetici indicano la regione come un nodo della diversità viticola del Sud Italia e del Mediterraneo. Gaglioppo, Magliocco, Greco di Bianco e Mantonico portano nel bicchiere la storia della Magna Grecia, e dal 2025 il Cirò Classico è la prima DOCG calabrese.Nessun’altra regione può offrire nello stesso viaggio il bergamotto dello Stretto, la liquirizia della Sibaritide, la cipolla di Tropea, i formaggi del Crotonese, della Sila e del Poro, gli oli delle colline ioniche e tirreniche.
È un paniere che si presta a itinerari, non a vetrine.Il divario: tante denominazioni, poco valoreIl paradosso calabrese sta in un numero. Con 42 denominazioni, nel 2024 la regione è risultata diciottesima in Italia per valore della Dop economy, con 51 milioni di euro, La Sicilia ne genera 581 milioni, il Veneto quasi 5 miliardi. Non manca il patrimonio: manca la capacità di trasformarlo in volumi certificati, prezzo e notorietà.Le cause sono note a chi lavora nelle filiere:Filiere frammentate. Molte denominazioni hanno pochi operatori certificati e volumi ridotti. Una parte importante della produzione tipica circola ancora senza il marchio.
Consorzi sottodimensionati. Spesso reggono controlli, vigilanza e promozione con risorse minime. La nuova funzione turistica rischia di restare sulla carta.Un turismo concentrato sul mare d’estate. La stagione balneare resta dominante. L’entroterra, dove nascono quasi tutte le denominazioni, intercetta una quota modesta dei flussi.
Offerta poco prenotabile. Cantine, frantoi, caseifici e liquirizifici aperti al pubblico esistono, ma raramente sono organizzati in pacchetti, con orari certi, prenotazione online e accoglienza in lingua. Collegamenti interni deboli. Raggiungere un’azienda in Sila o nella Locride senza auto propria resta difficile.Il contesto, però, sta cambiando a favore. La quota di turisti stranieri cresce: nel 2025 gli arrivi esteri hanno toccato il 20,5% del totale, il valore più alto della serie storica (Regione Calabria). Nei primi mesi del 2026 le presenze straniere sono salite di oltre il 19% (Il Foglio). Il mercato principale è la Germania, seguita da Svizzera e Stati Uniti: sono proprio i mercati che più associano l’Italia all’enogastronomia.Sette mosse per trasformare il paniere in destinazioneLa Calabria non deve inventare nulla. Deve organizzare ciò che ha, mettendo i consorzi al centro e le imprese in rete.Fare dei consorzi i registi del Turismo DOP. Il Reg. (UE) 2024/1143 lo permette già. Ogni consorzio dovrebbe dotarsi di un piano turistico della denominazione: aziende visitabili, standard di accoglienza, calendario di eventi, un referente dedicato.
Costruire itinerari tra denominazioni, non per singolo prodotto. Un turista non viaggia per una sola etichetta. Percorsi come “Ionio crotonese” (Cirò, Melissa, Pecorino Crotonese, olio Alto Crotonese) o “Valle del Crati e Sila” (Terre di Cosenza, Fichi di Cosenza, Patata della Sila, Caciocavallo Silano) uniscono più consorzi in un’unica offerta. Rendere l’esperienza prenotabile. Visite con orari fissi, prezzi chiari, prenotazione online, almeno inglese e tedesco. Una degustazione che non si può prenotare, per il mercato estero, non esiste.Puntare su oleoturismo e specialità uniche. Le cene tra gli ulivi interessano oltre metà dei turisti stranieri. Bergamotto, liquirizia e peperoncino offrono esperienze che nessun’altra regione può copiare: raccolta, lavorazione, laboratori sensoriali.Usare le denominazioni per destagionalizzare. Vendemmia, raccolta delle olive, agrumi in inverno, liquirizia, salumi: il calendario agricolo calabrese copre tutto l’anno. È la risposta più concreta alla concentrazione estiva.
Agganciare il mare all’entroterra. Chi soggiorna sulla costa è già qui. Escursioni di mezza giornata verso cantine, frantoi e caseifici, vendute da hotel e lidi, portano valore nei borghi senza nuove infrastrutture.Finanziare in modo coordinato. Programmazione regionale, interventi del CSR Calabria 2023-2027 per cooperazione e regimi di qualità, contributi ministeriali ai consorzi e distretti del cibo vanno orientati sugli stessi obiettivi. Servono anche dati: un osservatorio regionale sul Turismo DOP permetterebbe di misurare visitatori, spesa e ricadute, e di correggere la rotta.A queste mosse va aggiunta una condizione di fondo: la formazione. Servono figure professionali nuove — accoglienza in cantina e in frantoio, guide del gusto, manager di rete — capaci di raccontare il prodotto e il territorio con competenza.Una finestra da non perdereIl turismo esperienziale premia i territori autentici, poco battuti, ricchi di storie vere. La Calabria lo è per natura. Le denominazioni ne sono la prova certificata, i consorzi lo strumento operativo, la domanda internazionale l’occasione.La finestra però non resta aperta a lungo. Le regioni che oggi guidano il Turismo DOP — Veneto, Toscana, Emilia-Romagna — hanno costruito reti e servizi in anni di lavoro. Se la Calabria vuole che le sue 42 denominazioni valgano quanto meritano, deve smettere di considerarle solo prodotti da vendere. Deve iniziare a trattarle come luoghi da far vivere.



